Su 6.000 persone misurate, gli anni spiegano poco più di metà delle differenze di flessibilità. Ecco dove si nasconde il resto, perché tirare non basta e come si misura quello che si può recuperare.
Fai una cosa prima di leggere oltre: alza le braccia sopra la testa, dritte, fino a portare i gomiti accanto alle orecchie. Non come quando prendi il barattolo sullo scaffale alto, a metà e poi sulle punte, ma fino in fondo, con la schiena che resta dov'è. Se le braccia si fermano prima, o se per arrivarci la schiena si inarca, quel gesto ti sta dicendo qualcosa che la tua data di nascita, da sola, non spiega.
La storia che ci raccontiamo è sempre la stessa: dopo i 45 anni ci si irrigidisce, è l'età, pazienza. Così il calzino si infila con il piede appoggiato sul letto e in retromarcia giri tutto il busto perché il collo non arriva più. Sono rinunce minuscole, così lente che non le noti finché non ne hai accumulate parecchie.
C'è però un dettaglio che quella storia non racconta, e arriva da 6.000 persone misurate.
Nel 1980 il medico brasiliano Claudio Gil Araújo mise a punto il Flexitest: venti movimenti standard su sette articolazioni, dalla caviglia alla spalla, ciascuno valutato da 0 a 4. Il punteggio totale permette una cosa che la sensazione di "sentirsi rigidi" non permetterà mai, cioè confrontare. Nel 2013 il suo gruppo ha messo in fila i risultati di 6.000 persone, dai 5 ai 92 anni, e ha scoperto quanto poco gli anni, da soli, riescano a spiegare.
Il punteggio totale cala in media di circa lo 0,8% l'anno negli uomini e dello 0,6% nelle donne. Ma l'età spiega il 59% delle differenze tra gli uomini e il 52% tra le donne: quasi metà dipende da altro. Spalla e tronco cedono più in fretta, gomito e ginocchio si conservano meglio.
Il limite, detto dagli autori: è uno studio trasversale e non ha misurato quanto ciascuno si muovesse.
Torna al gesto dell'inizio. In una giornata normale, quante volte porti le braccia completamente sopra la testa, o ruoti il busto fino in fondo? Il gomito invece lo pieghi e lo distendi del tutto decine di volte, per mangiare, per bere, e il ginocchio fa lo stesso ogni volta che ti siedi e ti rialzi. Gli autori ipotizzano che conti proprio questo, e come ipotesi va presa, ma il disegno è difficile da ignorare: il corpo tiene pronto il movimento che gli chiedi e smette piano piano di investire in quello che non gli chiedi più.
Qui vanno separate due cose. L'invecchiamento dei tessuti esiste, procede lento e su quello puoi poco. La perdita da disuso si somma alla prima e, a differenza della prima, risponde allo stimolo giusto. La spalla che si ferma prima dell'orecchio è di solito un impasto delle due, e nessuno, guardandoti, sa dirti in che proporzione.
La prima idea che viene quasi a tutti è tirare finché fa male, sperando che prima o poi qualcosa ceda. Ma quando un'articolazione smette di arrivare in fondo, spesso non è il muscolo a essersi accorciato come un elastico ristretto: è il sistema nervoso che ha tirato il freno a mano. Quel tratto di movimento non lo usi da anni, il cervello non sa se lì sei stabile e, per prudenza, ti ferma prima. Una revisione degli studi sullo stretching (Weppler e Magnusson, Physical Therapy, 2010) va nella stessa direzione: i guadagni si spiegano soprattutto con una maggiore tolleranza allo stiramento, più che con un muscolo davvero più lungo.
Il freno quindi si toglie in un altro modo, dando al corpo la prova che in quel tratto è al sicuro, ripetuta abbastanza volte da diventare normale. Ma il freno è solo uno dei pezzi, e per questo un esercizio solo non basta.
Nella spalla che non sale c'entrano un'articolazione che non arriva in fondo, un tessuto che tira, un cervello che frena, un orario e un recupero: cinque lavori sullo stesso problema.
Sul Reformer sei sdraiato con la colonna appoggiata e le molle accompagnano il movimento, così la spalla arriva a fine corsa sostenuta e il cervello riceve la prova che gli mancava. Struttura e forza senza caricare la schiena.
Una spalla che non sale può dipendere dalla fascia, la calza sottile che avvolge i muscoli, quando tira dal fianco o dalla schiena. La fascia che non senti è quella che blocca il movimento: si libera prima di chiedere gradi.
Risveglia i muscoli piccoli e profondi che tengono ferme le vertebre, perché il cervello possa fidarsi e allentare il freno a mano. Il corpo forte parte dal controllo, non dalla massa.
Dentro di te ci sono migliaia di orologi biologici: alle 7 e alle 18 chiedi gradi a due corpi diversi, quindi il lavoro sulla mobilità si dosa sull'ora in cui ti alleni.
Il quinto pilastro protegge gli altri quattro: mobilità mirata a fine seduta e una routine scritta per i giorni senza allenamento, perché un grado guadagnato martedì non sparisca entro venerdì.
"Mi sento più sciolto" è una bella frase, ma è la stessa che diresti dopo un bagno caldo. La mobilità è un angolo, una differenza tra oggi e qualche settimana fa, e in studio la misuriamo con YOMIDO, un sensore di movimento di grado clinico che rileva gradi articolari, equilibrio e tempi di reazione. Il primo rilievo, il T0, fotografa il punto di partenza; i controlli successivi dicono cosa è cambiato e cosa no.
Claudio Martini, pensionato, 68 anni, al primo rilievo aveva una flessione della colonna di 146°, mentre l'estensione, cioè la capacità di piegarsi all'indietro, mancava del tutto. Alla fine delle 6 sessioni dell'R6S la flessione era a 170° e l'estensione a 30°. Il suo caso è utile proprio perché partiva già da un buon livello, a un'età in cui molti pensano che sia tardi, e il margine c'era. Il limite va detto con la stessa precisione dei numeri: è un caso, non uno studio, e il margine di ogni corpo si conosce solo misurandolo.
Al primo rilievo, nelle persone sopra i 45 anni, trovo più spesso tre cose: la testa che va dove vuole invece di restare sopra la colonna, la catena posteriore corta, cioè i tessuti che corrono dietro, dai piedi alla nuca, e il collo in estensione, piegato all'indietro.
La prossima volta che alzi le braccia sopra la testa puoi continuare a chiederti se arrivano fino in fondo, oppure sapere, in gradi, quanto manca.
Qui sotto trovi la versione approfondita: lo studio che ha seguito per quasi 13 anni 3.139 adulti, cosa dice la ricerca sul Pilates e dove si ferma, gli altri due casi misurati con YOMIDO, i cinque pilastri uno per uno e il percorso completo per cominciare a Monselice.
Una chiamata conoscitiva gratuita di 15 minuti al telefono, senza impegno: mi racconti dove senti il corpo chiudersi, ti spiego come lavora il Sistema Personalis e capiamo insieme se ci sono i presupposti. Oppure comincia dal quiz sui segnali del corpo.
Fissa la chiamata Prima fai il quizQuand'è l'ultima volta che hai alzato le braccia sopra la testa, dritte, fino in fondo? Non per prendere il barattolo sullo scaffale alto, quello lo fai a metà e poi ti alzi sulle punte. Fino in fondo, con i gomiti accanto alle orecchie e la schiena che resta dov'è. Se ci devi pensare non succede solo a te, e la risposta dice di te più cose della tua data di nascita.
La storia che ci raccontiamo, infatti, è sempre la stessa: dopo i 45 anni ci si irrigidisce, è l'età, pazienza. Così il calzino si infila con il piede appoggiato sul letto, in retromarcia giri tutto il busto perché il collo non arriva, e la mattina servono dieci minuti prima che la schiena decida di collaborare. Sono piccole rinunce, una alla volta, così lente che non le noti finché non ne hai accumulate parecchie.
C'è però un dettaglio che quella storia non racconta. Quando si misura la flessibilità di migliaia di persone, l'età spiega solo una parte delle differenze, e le articolazioni che si chiudono per prime sono proprio spalle e schiena, per un motivo che con i compleanni c'entra poco.
Nel 1980 il medico brasiliano Claudio Gil Araújo mise a punto il Flexitest: venti movimenti standard su sette articolazioni (caviglia, ginocchio, anca, tronco, polso, gomito, spalla), ciascuno valutato da 0 a 4. Sommati danno un punteggio da 0 a 80, che i ricercatori chiamano Flexindex, e quel numero permette una cosa che la sensazione di "sentirsi rigidi" non permetterà mai: confrontare.
Nel 2013 il suo gruppo ha messo in fila i risultati di 6.000 persone, dai 5 ai 92 anni. Che la flessibilità cali con gli anni lo sapevi già. Quello che sorprende è quanto poco gli anni, da soli, riescano a spiegare.
Il punteggio totale cala in media di circa lo 0,8% l'anno negli uomini e dello 0,6% nelle donne, che restano più flessibili a ogni età. Ma l'età spiega il 59% delle differenze tra gli uomini e il 52% tra le donne: quasi metà dipende da altro.
Non tutte le articolazioni perdono allo stesso modo. Spalla e tronco cedono più in fretta, gomito e ginocchio si conservano meglio. Gli autori ipotizzano che conti l'uso: nella vita di tutti i giorni spalla e tronco arrivano raramente a fine corsa.
Il limite, detto dagli stessi autori: è uno studio trasversale, che fotografa persone diverse a età diverse, e non ha misurato quanto ciascuno si muovesse.
Torna al gesto dell'inizio. In una giornata normale, quante volte porti le braccia completamente sopra la testa? Quante volte ruoti il busto fino in fondo, o lo pieghi all'indietro? Il gomito invece lo pieghi e lo distendi del tutto decine di volte, per mangiare, per bere, per portare il telefono all'orecchio, e il ginocchio fa lo stesso ogni volta che ti siedi e ti rialzi.
Ora guarda quali articolazioni si conservano meglio nello studio: proprio gomito e ginocchio. E quali cedono per prime: spalla e tronco, quelle che la vita moderna usa solo a metà. Gli autori la propongono come ipotesi, e come ipotesi va presa, ma il disegno è difficile da ignorare. Il corpo tiene pronto il movimento che gli chiedi, e smette piano piano di investire in quello che non gli chiedi più. Se la tua schiena ha cominciato a chiudersi in avanti, ne parlo in Cifosi dorsale: si può ancora intervenire.
È qui che si separano due cose che di solito finiscono nello stesso sacco. Da una parte c'è l'invecchiamento dei tessuti, che esiste, procede lento e su cui puoi poco. Dall'altra la perdita da disuso, che si somma alla prima e, a differenza della prima, risponde allo stimolo giusto. La rigidità che senti alle spalle quando infili il cappotto è di solito un impasto delle due, e nessuno, guardandoti, sa dirti in che proporzione. Si può solo misurare. Ci torno tra poco, dopo aver risposto a una domanda che forse ti stai facendo.
"In fondo non sto male, mi muovo solo un po' meno." È il pensiero più comune ed è comprensibile, perché la rigidità non fa rumore. Non ti sveglia di notte come un mal di denti: si limita a toglierti un gesto alla volta, e intanto ti abitui a fare a meno di ciascuno.
Nel 2024 lo stesso gruppo brasiliano ha seguito per quasi 13 anni 3.139 adulti tra i 46 e i 65 anni, partendo proprio dal loro punteggio di flessibilità.
Anche dopo aver tenuto conto di età, peso e stato di salute, chi partiva con il punteggio più basso aveva un rischio di morte più alto di chi partiva con il più alto: circa 1,9 volte negli uomini e 4,8 volte nelle donne. Quest'ultima stima è molto imprecisa, perché i decessi tra le donne erano pochi.
È un'associazione, non la prova che allungarsi allunghi la vita: gli stessi autori chiedono studi che verifichino se migliorare la flessibilità con l'allenamento cambi il risultato. Ma il messaggio è chiaro: la mobilità non è un dettaglio estetico, è un segnale di come sta il corpo nel suo insieme.
"La schiena curva non è un destino scritto con l'età. È un pattern muscolare che, in buona parte, si può ancora correggere con il lavoro giusto."
— Dott. Mirko BoarettoPrima di parlare di soluzioni conviene sapere da dove parti. Il quiz sui segnali del corpo ti aiuta a riconoscere quelli che stai già mettendo da parte: la mattina, alle spalle, alla schiena. Lo fai online, adesso.
Fai il quiz Scrivimi su WhatsAppSì, almeno in parte. Ma non nel modo che viene in mente quasi a tutti, cioè tirare il muscolo finché fa male sperando che prima o poi ceda.
Ecco la svolta. Quando un'articolazione smette di arrivare in fondo, spesso non è il muscolo a essersi accorciato come un elastico ristretto: è il sistema nervoso che ha tirato il freno a mano. Quel tratto di movimento non lo usi da anni, il cervello non sa se lì sei stabile e, per prudenza, ti ferma prima. Le ricerche sullo stretching vanno nella stessa direzione.
Analizzando gli studi sullo stretching, gli autori concludono che gli aumenti di estensibilità, sia dopo una singola seduta sia dopo programmi di 3-8 settimane, si spiegano soprattutto con un cambiamento della sensazione, cioè della tolleranza allo stiramento, più che con un reale allungamento del muscolo.
Per questo forzare serve a poco: se il sistema nervoso non si fida, a ogni strattone risponde stringendo di più. Il freno si toglie dando al corpo quello che gli manca, cioè la prova che in quel tratto di movimento è stabile e al sicuro, ripetuta abbastanza volte da diventare normale. Sul metodo Pilates, che lavora proprio così, la ricerca ha qualcosa da dire, e anche qualche limite da ammettere.
Una revisione di 16 studi su persone sane ha trovato evidenza forte di miglioramento della flessibilità e dell'equilibrio dinamico, e moderata per la resistenza muscolare. Gli stessi autori avvertono però che la qualità media degli studi era bassa.
Un altro studio ha misurato con l'ecografia come si attivano i muscoli profondi dell'addome durante gli esercizi classici del metodo: sono i muscoli che tengono ferma la colonna mentre il resto del corpo si muove.
Le ricerche dicono cosa succede in media. Nello studio di Monselice conta un'altra cosa: cosa succede a te, in gradi. Ecco tre persone che hanno fatto il percorso R6S, misurate con il sensore YOMIDO prima e dopo le 6 sessioni.
Poi c'è l'estensione, cioè la capacità di piegarsi all'indietro. A tutti e tre all'inizio mancava del tutto; alla fine Riccardo arrivava a 88°, Carlo Alberto a 40°, Claudio a 30°. Il limite va detto con la stessa precisione dei numeri: sono tre casi, non uno studio, e chi partiva più indietro ha recuperato di più. Claudio, che a 68 anni partiva già da 146°, ne ha guadagnati 24, ed è proprio il suo caso a ricordare che ogni corpo ha un suo margine, e che quel margine si conosce solo misurandolo.
Al primo rilievo, nelle persone sopra i 45 anni, trovo più spesso tre cose: la testa che va dove vuole invece di restare sopra la colonna, la catena posteriore corta, cioè i tessuti che corrono dietro, dai piedi alla nuca, e il collo in estensione, piegato all'indietro.
Se la rigidità fosse un problema solo, basterebbe un esercizio solo. Ma nella spalla che non sale c'entrano un'articolazione che non arriva in fondo, un tessuto che tira, un cervello che frena, un orario e un recupero che decide se i gradi restano. Il Sistema Personalis esiste per questo: cinque pilastri, ognuno su un pezzo dello stesso problema.
Torniamo alle braccia sopra la testa. In piedi, da solo, il corpo quel tratto non te lo concede: la spalla si ferma dove si sente sicura e il resto lo fa la schiena, inarcandosi. Sul Reformer succede un'altra cosa. Sei sdraiato con la colonna appoggiata, il carrello scorre e le molle accompagnano il movimento invece di opporsi tutto d'un colpo, così la spalla può arrivare a fine corsa con qualcosa che la sostiene, e il sistema nervoso riceve, ripetizione dopo ripetizione, la prova che gli mancava. Lo stesso vale per il tronco, che si ruota e si piega con un appoggio che lo guida. È il senso del primo pilastro: struttura e forza senza caricare la schiena, carico controllato, progressione misurabile, una molla alla volta. Reformer, Cadillac, Chair e Barrel servono a questo, ciascuno con un appoggio diverso.
Sotto la pelle ogni muscolo è avvolto da una specie di calza sottile, la fascia, che lo collega ai vicini come una rete. Quella rete deve scorrere: nelle persone con mal di schiena da lungo tempo, l'ecografia ha mostrato strati della fascia lombare che scorrono circa il 20% in meno (Langevin et al., BMC Musculoskeletal Disorders, 2011, PubMed; è una correlazione, non una causa dimostrata). Così una spalla che non sale può dipendere da qualcosa che tira dal fianco o dalla schiena. La fascia che non senti è quella che blocca il movimento: per questo il secondo pilastro libera le tensioni profonde prima di chiedere gradi, invece di insistere solo dove fa male. Lo racconto per esteso in La fascia: la rete che tiene insieme il corpo.
È il freno di cui parlavamo prima. Vicino alla colonna e alle articolazioni ci sono muscoli piccoli e profondi che tengono ferme le vertebre mentre quelli grandi muovono: quando sono addormentati il cervello non si fida e accorcia il movimento per proteggerti. Il terzo pilastro li riattiva con gesti precisi, lenti e controllati, perché il corpo forte parte dal controllo, non dalla massa. In studio uso anche esercizi per lo sguardo, l'equilibrio e il senso della posizione del corpo (quella che i libri chiamano propriocezione): nascono dalla pratica e sono ipotesi di lavoro, non effetti dimostrati da studi controllati, ed è per questo che il loro effetto lo misuriamo con YOMIDO invece di darlo per scontato. Il legame tra tessuti e nervi è il tema di Fascia, nervi e rigidità over 45, e di cosa è dimostrato e cosa no parlo in Reformer e sistema neurofasciale.
Lo noti da solo: la schiena del mattino non è quella della sera. Dentro di te ci sono migliaia di orologi biologici, ed è la scoperta che nel 2017 è valsa il Premio Nobel per la medicina. Il quarto pilastro ne tiene conto: allenarti nel momento biologicamente corretto e dosare il lavoro sulla mobilità sapendo che alle 7 del mattino e alle 6 di sera stai chiedendo gradi a due corpi diversi. Ne trovi le radici antiche in L'orologio del Daoyin.
Un grado guadagnato martedì può sparire entro venerdì, se nel mezzo non succede niente. Il quinto pilastro protegge gli altri quattro: mobilità mirata a fine seduta, una routine scritta per i giorni senza allenamento e il monitoraggio di sonno e affaticamento, che decide il carico della sessione successiva. Se hai dormito male, quella volta non si spinge: si consolida. Il perché lo spiego in Il quinto pilastro.
Cinque lavori con un solo obiettivo: riportare il corpo a usare tutto il movimento che ha ancora, e convincerlo che è al sicuro mentre lo fa. Il Reformer è la porta che riconosci, e il Sistema Personalis è ciò che trovi dentro. Resta una domanda: come fai a sapere se sta funzionando?
"Mi sento più sciolto" è una bella frase, ma è la stessa che diresti dopo un bagno caldo. La mobilità non è una sensazione: è un angolo, un numero, una differenza tra oggi e qualche settimana fa. YOMIDO è un sensore di movimento di grado clinico che misura i gradi articolari, l'equilibrio e i tempi di reazione, cioè quanto in fretta il corpo risponde. Il primo rilievo, il T0, fotografa il punto di partenza; i controlli successivi, T+6 e T+12, dicono cosa è cambiato e cosa no, compresa la differenza tra il lato destro e il sinistro, che spesso è la firma di un compenso. Senza T0 non esiste T+6, e senza misura non esiste un progresso che puoi verificare. Il protocollo completo è in Come misuriamo ciò che conta.
La misura serve anche a un'altra cosa, meno ovvia: dice la verità quando qualcosa non funziona. Se un esercizio non sposta i gradi, lo vediamo e lo cambiamo, invece di continuare a crederci.
"Un'ipotesi dichiarata vale più di una certezza inventata."
— Dott. Mirko BoarettoSe ti sei riconosciuto nel calzino infilato appoggiandoti al letto o nelle braccia che non salgono più, il passo successivo non è iscriverti a qualcosa: è capire da dove parti. Il percorso è fatto apposta, un passo alla volta, e ognuno esiste per una ragione.
Il primo lo fai online: il quiz sui segnali del corpo ti aiuta a mettere in fila quello che il corpo ti sta già dicendo. Poi c'è una chiamata conoscitiva gratuita di 15 minuti al telefono, senza impegno: ascolto la tua storia e il tuo obiettivo, ti spiego come funziona il Sistema Personalis e capiamo insieme se ci sono i presupposti. È la strada che consiglio, perché in un quarto d'ora sappiamo entrambi se ha senso andare avanti.
Se ha senso, il secondo passo è la consulenza privata ed esclusiva sullo stile di vita, uno a uno, 50 €. Ha una parte teorica, con il questionario sullo stile di vita, e una parte pratica sul corpo, dove guardo come ti muovi davvero; quando lo ritengo necessario, la prima misurazione con YOMIDO si fa già lì. Serve a decidere qualsiasi percorso sulla base di fatti, non di impressioni, ed è coperta dalla garanzia soddisfatti o rimborsati: se non esci con qualcosa di nuovo sul tuo corpo, la consulenza ti viene rimborsata. Non serve prepararsi, bastano abiti comodi.
Durante la consulenza ti presento il terzo passo, l'R6S, Reformer 6 Sessioni, 150 €. Sono sei sessioni per imparare a usare il Reformer prima di entrare nel gruppo, perché molle e carrello vanno conosciuti prima di lavorarci accanto ad altre persone; ed è il percorso in cui sono stati misurati i tre casi che hai letto sopra. Solo dopo arriva la Mini Class: massimo 5 persone, 7 incontri al mese, con quota e date che conosci alla fine dell'R6S. Esiste per la continuità, perché il corpo cambia con un carico che cresce nel tempo, e in cinque si può essere seguiti da vicino. Con cinque posti, quando un gruppo è completo è completo.
Non c'è nessun conto alla rovescia. C'è solo il fatto che la rigidità si accumula senza fare rumore, e ogni gesto a cui rinunci oggi è un gesto in più da recuperare domani. La prossima volta che alzi le braccia sopra la testa puoi continuare a chiederti se arrivano fino in fondo, oppure sapere, in gradi, quanto manca.
Una chiamata conoscitiva gratuita di 15 minuti, senza impegno: mi racconti dove senti il corpo chiudersi, ti spiego come lavora il Sistema Personalis e decidiamo insieme se ha senso vederci per la consulenza. Scrivimi su WhatsApp e fissiamo l'orario.
Fissa la chiamata Prima fai il quizQuello che hai letto qui vale per la maggior parte delle persone. Il tuo corpo, però, ha una storia solo tua. Raccontamela.
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