Avvolge ogni muscolo dalla pianta del piede alla testa e, quando smette di scorrere, il corpo frena. Perché tirare di più non basta, e cosa serve davvero per rimetterla in moto.
In chi ha mal di schiena da più di un anno, gli strati di tessuto che rivestono la parte bassa della schiena scorrono uno sull'altro circa il 20% in meno. Non è una sensazione raccontata in un questionario: l'ha visto un'ecografia, su 121 persone. E il tessuto che scorre meno è uno di cui quasi nessuno ti ha mai parlato.
Se senti la schiena rigida, probabilmente hai già fatto la cosa più istintiva: tirare. Allungarti di più, più a lungo, più forte, aspettando che il corpo prima o poi ceda. A volte cede davvero, per qualche ora, e il giorno dopo sei al punto di partenza.
Intanto si allunga in silenzio la lista dei gesti fatti con cautela, dalle chiavi raccolte da terra alla retromarcia in macchina, e siccome nessuno di questi fa davvero male, nessuno ti mette in allarme.
Il guaio è che tirare di più parte da un'idea sbagliata su cosa ti stia frenando, e per capirlo bisogna conoscere quel tessuto.
Prendi un'arancia e sbucciala. Sotto la buccia c'è una pellicina bianca che avvolge il frutto intero, poi ogni spicchio, poi ogni goccia di succo. Dentro di te la fascia è questo: un tessuto connettivo (fatto soprattutto di collagene, la stessa proteina di tendini e pelle) che avvolge ogni muscolo e continua senza interruzioni dalla pianta del piede fino alla base della testa.
Quando funziona bene, i suoi strati scivolano come le pagine di un libro nuovo; quando smettono, sembrano le pagine di un libro rimasto sotto la pioggia, incollate. E la fascia è piena di terminazioni nervose, quindi funziona anche come un impianto d'allarme: se le pagine si incollano il segnale arriva confuso, e il cervello, nel dubbio, fa la cosa più prudente che conosce. Irrigidisce tutto intorno.
"La fascia che non senti è quella che blocca il movimento. E quella che blocca il movimento è quella che, nel tempo, genera dolore."
— Dott. Mirko BoarettoHelene Langevin e colleghi hanno osservato con l'ecografia 121 persone mentre il tronco veniva piegato in avanti in modo passivo: 71 con mal di schiena da più di 12 mesi, 50 senza. Nel gruppo con dolore lo scorrimento tra gli strati della fascia toracolombare (quella della parte bassa della schiena) era circa il 20% più basso.
Il limite, detto chiaramente: è una fotografia di un solo momento, che mostra come dolore e fascia meno scorrevole vadano insieme, non quale dei due arrivi prima.
Per chi ha male conta poco, perché i due problemi si alimentano a vicenda: la fascia scorre meno, l'allarme suona confuso, il cervello risponde con una tensione di protezione, ti muovi di meno, e la fascia scorre ancora meno. È un cerchio, e non si spezza togliendo il sintomo per qualche ora.
Tirare sembra logico, e in parte funziona, ma non per il motivo che credi.
Nel 2010 Weppler e Magnusson hanno riletto gli studi sull'allungamento: i guadagni di flessibilità, dopo una seduta e anche dopo programmi di tre-otto settimane, si spiegano soprattutto con una maggiore tolleranza allo stiramento, più che con un tessuto diventato davvero più lungo (Physical Therapy, 2010). Il freno, molto spesso, non sta nel tessuto: sta nel cervello, che decide fin dove lasciarti arrivare.
Lo dico anche per esperienza: all'inizio anch'io, davanti a una persona rigida, la facevo allungare di più.
Allora la domanda giusta cambia.
Non è più come allungo la fascia, ma come le ridò lo scorrimento che ha perso e come convinco il cervello a togliere il freno, senza che la schiena paghi il conto. Quando mi chiedono cosa faccio di diverso rispondo sempre allo stesso modo: lavoro sulla base del problema, non sul punto in cui fa male.
Il punto di partenza è il tessuto. Se le pagine si sono incollate perché stavano ferme, il rimedio è il movimento, ma non uno qualsiasi: gesti lenti e lunghi lungo un'intera catena, dal piede al bacino o dalla mano alla schiena, e quando il corpo è pronto movimenti elastici preceduti da un piccolo contromovimento, come quando carichi il braccio prima di lanciare. Sono i principi che Robert Schleip propone per i tessuti connettivi: una direzione di lavoro, non una promessa.
Ma il tessuto è solo uno dei cinque pezzi del problema, e da solo non basta.
La fascia ferma è un problema in cinque pezzi, dal tessuto che non scorre al cervello che frena fino a come recuperi, e ogni pezzo ha la sua risposta.
Struttura e forza senza caricare la schiena. Le molle del Reformer accompagnano il movimento e il carrello ti sostiene, così la fascia riceve la tensione che le serve per rimettersi in moto e il carico cresce solo quando sei pronto.
La fascia che non senti è quella che blocca il movimento. Ridarle lo scorrimento perso stando ferma toglie al cervello un motivo per irrigidirti, ed è il primo passo per tornare a muoverti più libero.
Il corpo forte parte dal controllo, non dalla massa. Riattivi i muscoli piccoli e profondi vicini alla colonna e il cervello, quando sente che sotto qualcuno tiene, può allentare il freno che ti irrigidisce.
Dentro di te ci sono migliaia di orologi biologici, e la rigidità ti ha già mostrato che il corpo non è lo stesso a ogni ora: l'orario della seduta si sceglie guardando i tuoi ritmi, non solo l'agenda.
Il quinto pilastro protegge gli altri quattro: se resti fermo per giorni le pagine tornano a incollarsi, quindi mobilità a fine seduta, una routine scritta per i giorni senza allenamento, sonno e affaticamento che decidono il carico successivo.
Tutto questo resterebbe teoria senza misure. Con YOMIDO, un sensore di movimento di grado clinico, misuriamo i gradi che la colonna fa davvero: questo è un fotografo, prima e dopo le 6 sessioni dell'R6S.
Guarda la seconda parte della scheda: l'estensione (la capacità di piegarsi all'indietro) all'inizio non c'era, era un movimento che il corpo aveva smesso di concedere. Dopo sei sessioni è tornato.
Due limiti, perché contano quanto i numeri. YOMIDO misura il movimento, non la fascia, quindi non possiamo dire quanta parte di quei gradi venga dal tessuto che scorre e quanta dal cervello che toglie il freno, ed è per questo che lavoriamo su entrambi. E un caso resta un caso: ad oggi non ho trovato ricerche che abbiano misurato la fascia dopo un lavoro sul Reformer.
Quel 20% in meno dell'inizio non è una sentenza, è un'indicazione. Dice che la fascia che non senti si è fermata, e che la strada per rimetterla in moto non passa dalla forza con cui tiri: passa dal movimento giusto, con il carico giusto, cominciando dalla base del problema e non dal punto in cui fa male.
Qui sotto trovi la versione approfondita: gli studi con le loro fonti, ogni pilastro raccontato nel dettaglio, gli altri due casi misurati con YOMIDO e il percorso completo per cominciare, con il perché di ogni passo.
Scrivimi su WhatsApp e fissiamo la chiamata conoscitiva gratuita di 15 minuti, senza impegno: mi racconti la tua rigidità e ti dico con onestà se il Sistema Personalis può fare qualcosa per te. Oppure comincia dal quiz sui segnali del corpo.
Fissa la chiamata Fai il quizSono le sette, metti i piedi giù dal letto e per i primi passi ti muovi come un mobile ancora da montare: la schiena non vuole piegarsi, le anche sembrano di cartone, e le scarpe le allacci più tardi, quando il corpo si sarà "scaldato". Poi, dopo un po', passa. E proprio perché passa, non ci pensi più.
Il guaio è che quel "dopo un po'" ogni anno dura qualcosa in più, e intanto si allunga in silenzio la lista dei gesti che fai con cautela: raccogliere le chiavi cadute a terra, girarti in macchina per fare retromarcia, alzarti dal divano senza spingere con le mani. Nessuno di questi gesti fa davvero male, ed è per questo che nessuno ti mette in allarme.
Quando ti chiedi da dove arrivi questa rigidità, di solito le risposte sono due: le ossa (l'artrosi, l'età) oppure i muscoli (accorciati, da allungare). Esiste un terzo tessuto che quasi nessuno ti ha mai nominato, e che non senti finché non smette di fare il suo lavoro. Si chiama fascia, e c'è un motivo preciso per cui si fa sentire proprio al risveglio.
Prendi un'arancia e sbucciala. Sotto la buccia trovi una pellicina bianca che avvolge tutto il frutto, poi ogni spicchio, poi ogni piccola goccia di succo dentro lo spicchio. Dentro di te la fascia è questo: un tessuto connettivo (fatto soprattutto di collagene, la stessa proteina di tendini e pelle) che avvolge ogni muscolo e ogni fascio di fibre, e che continua senza interruzioni dalla pianta del piede fino alla base della testa, passando intorno a ossa, organi e nervi.
Quando funziona bene, i suoi strati scivolano uno sull'altro come le pagine di un libro nuovo, e tu non te ne accorgi. Quando smettono di scivolare sembrano le pagine di un libro rimasto sotto la pioggia: incollate, e ogni volta che giri la pagina se ne porta dietro altre tre. È il motivo per cui una zona rigida può farsi sentire lontano da dove nasce, come racconto nell'articolo sulle linee mio-fasciali.
C'è però un dettaglio che rende la fascia molto più di un involucro, ed è quello che spiega perché il tuo corpo, a un certo punto, decide di frenare.
Nel 2011 il gruppo di Siegfried Mense, dell'Università di Heidelberg, ha studiato le terminazioni nervose della fascia toracolombare (la grande fascia che copre la parte bassa della schiena): l'ha trovata densamente innervata, con una distribuzione diversa da uno strato all'altro. I conteggi vengono dai ratti, mentre il tessuto umano è stato esaminato in modo preliminare.
Nella revisione del 2019 Mense precisa che le terminazioni trovate sono tutte libere, cioè del tipo che segnala soprattutto pericolo e dolore. Molte però rispondono anche a stimoli meccanici leggeri, e questo fa pensare che partecipino al senso della posizione del corpo. Quando la fascia è infiammata, le fibre legate al dolore aumentano.
Tradotto in parole da cucina: la fascia è anche un impianto d'allarme. Se le sue pagine si incollano, i suoi sensori mandano al cervello un segnale confuso, e il cervello, nel dubbio, fa la cosa più prudente che conosce: irrigidisce tutto intorno. Del rapporto tra fascia e sistema nervoso parlo più a fondo in Fascia, nervi e rigidità over 45.
Torniamo alle sette del mattino. Di notte resti quasi immobile per sette o otto ore, e gli strati che di giorno scivolano a ogni passo stanno fermi, appoggiati uno sull'altro. Che la fascia cambi consistenza in quelle ore nessuno l'ha mai fotografato in una persona, quindi qui ti dico quello che sappiamo e anche quello che non sappiamo.
C'è una spiegazione molto citata, la tissotropia (la proprietà di alcuni materiali di diventare più fluidi quando li muovi e più densi quando restano fermi, come il miele che si scioglie quando lo mescoli). Applicata alla fascia è un'ipotesi ancora discussa, non un fatto dimostrato, ma descrive bene quello che senti: i primi movimenti costano, poi il corpo "si scioglie".
Esiste invece un dato più solido su quello che l'immobilità fa nel tempo. In uno studio su animali, il gruppo di Helene Langevin ha limitato il movimento di una zampa per otto settimane: lo scorrimento tra gli strati della fascia della schiena si è ridotto, e quando all'immobilità si aggiungeva una piccola lesione la riduzione arrivava al 52% rispetto agli animali di controllo (Bishop et al., PLoS One, 2016). Il risveglio rigido è la versione quotidiana e in piccolo di quello che mesi di vita seduta fanno in grande.
Nella prima consulenza me lo raccontano quasi tutti allo stesso modo: rigidi al mattino, appena scesi dal letto, e rigidi in movimenti che una volta facevano senza pensarci.
"La fascia che non senti è quella che blocca il movimento. E quella che blocca il movimento è quella che, nel tempo, genera dolore."
— Dott. Mirko BoarettoSe la rigidità del mattino ti sembra un fastidio da poco, guarda cosa succede quando la schiena fa male da più di un anno.
Helene Langevin e colleghi hanno osservato con l'ecografia 121 persone mentre il loro tronco veniva piegato in avanti in modo passivo, senza sforzo da parte loro: 71 avevano mal di schiena da più di 12 mesi, 50 no. Nel gruppo con dolore lo scorrimento tra gli strati della fascia toracolombare era circa il 20% più basso.
Il limite, detto chiaramente: è una fotografia scattata in un solo momento. Mostra che dolore e fascia meno scorrevole vanno insieme, non quale dei due arriva prima. Gli autori indicano due cause possibili, un modo di muoversi alterato oppure un cambiamento del tessuto stesso.
Per chi ha mal di schiena sapere chi viene prima conta poco, perché i due problemi si alimentano a vicenda. La fascia scorre meno, i sensori mandano un segnale confuso, il cervello risponde con tensione di protezione, ti muovi di meno, e la fascia scorre ancora meno. È un cerchio, e un cerchio non si spezza togliendo il sintomo per qualche ora: va interrotto dove si chiude.
"Trattare il dolore senza trattare la fascia è come cambiare la lampadina senza riparare l'impianto elettrico."
— Dott. Mirko BoarettoLa rigidità del mattino è spesso il primo segnale, raramente l'unico. Il quiz sui segnali del corpo ti aiuta a riconoscere quelli che stai già ricevendo e a dare loro un nome, prima di decidere qualsiasi cosa.
Fai il quiz Scrivimi su WhatsAppDavanti a un corpo rigido la reazione istintiva è tirare: allungarsi di più, più a lungo, più forte. Sembra logico, e funziona anche, solo che non per il motivo che credi.
Nel 2010 due ricercatori, Weppler e Magnusson, hanno riletto gli studi sull'allungamento e sono arrivati a una conclusione che sorprende: i guadagni di flessibilità dopo una singola seduta, e anche dopo programmi di tre-otto settimane, si spiegano soprattutto con un cambiamento della sensazione, cioè con una maggiore tolleranza allo stiramento, più che con un tessuto diventato davvero più lungo (Physical Therapy, 2010). In altre parole il freno, molto spesso, non sta nel tessuto: sta nel cervello, che decide fin dove ti lascia arrivare.
Lo dico anche per esperienza: all'inizio anch'io, davanti a una persona rigida, la facevo allungare di più.
Allora la domanda giusta cambia.
Non è più "come allungo la fascia", ma come le ridò la scorrevolezza che ha perso e come convinco il cervello a togliere il freno, senza che la schiena paghi il conto. Quando mi chiedono cosa faccio di diverso rispondo sempre allo stesso modo: lavoro sulla base del problema, non sul punto in cui fa male. E la base, qui, ha cinque parti.
Un tessuto che non scorre, un carico che la schiena non regge, un cervello che frena, un orario che non è mai neutro, un recupero che decide se il risultato resta: sono cinque pezzi dello stesso problema. Il Sistema Personalis ne affronta uno per pilastro, ed è per questo che li lavora tutti insieme invece di sceglierne uno.
È il cuore del Nutrimento Miofasciale: liberare le tensioni profonde nel tessuto connettivo. Se le pagine si sono incollate per immobilità, il rimedio è il movimento, ma non uno qualsiasi. Servono gesti lenti e lunghi che attraversano un'intera catena, dal piede al bacino o dalla mano alla schiena, invece del singolo muscolo isolato; alternati, quando il corpo è pronto, a movimenti elastici preceduti da un piccolo contromovimento, come quando carichi il braccio prima di lanciare. Sono i principi che Robert Schleip propone per allenare i tessuti connettivi, e li uso come direzione di lavoro, non come promessa.
Il segno che stai andando nella direzione giusta lo vedi subito: alla fine della seduta c'è un test semplice che ti mostra che esci più allungato di quando sei entrato. Non te lo racconto, lo misuri sul tuo corpo. A ogni inizio e fine lezione facciamo gli stessi test di consapevolezza e allungamento, come il piegamento in avanti e lo squat: il prima e il dopo li confronti tu, nella stessa seduta.
Una fascia che non scorre ha bisogno di tensione per rimettersi in moto, ma una schiena che fa male non vuole pesi. Il Reformer risolve questo conflitto: le molle accompagnano il movimento invece di opporsi di colpo, e il carrello sostiene il corpo mentre lavori in ampiezza. Struttura e forza senza caricare la schiena, con un carico controllato e una progressione misurabile, perché si sa sempre quante molle e quale ampiezza. Ne parlo in perché il Reformer costruisce forza vera senza carichi pesanti.
Il cervello lascia andare un'articolazione solo quando sente che sotto c'è qualcuno che la tiene. Quel qualcuno sono i muscoli stabilizzatori profondi, quelli piccoli e vicini alla colonna che nessuno vede allo specchio. La Stimolazione Neurale serve a riattivarli, perché il corpo forte parte dal controllo, non dalla massa: quando la base è stabile, la tensione di protezione non serve più e il movimento si apre. È un'ipotesi di lavoro coerente con i dati di Weppler e Magnusson, ed è proprio quello che misuriamo.
La rigidità del mattino ti ha già insegnato una cosa: il tuo corpo non è lo stesso a ogni ora. Il Premio Nobel per la medicina del 2017 è andato a tre ricercatori, Hall, Rosbash e Young, per aver scoperto i meccanismi con cui funzionano gli orologi biologici interni (nobelprize.org). La Cronobiologia parte da qui: l'orario della seduta si sceglie insieme, guardando i tuoi ritmi e non solo l'agenda. Approfondisco il tema in L'orologio del Daoyin.
Se dopo la seduta torni a stare fermo per giorni, le pagine tornano a incollarsi. Il quinto pilastro protegge gli altri quattro: mobilità mirata a fine seduta, una routine scritta per i giorni senza allenamento e il monitoraggio di sonno e affaticamento, che decide il carico della sessione successiva. Il motivo per cui il recupero fa parte del lavoro, e non è un extra, lo trovi in Il quinto pilastro.
Tutto questo resterebbe una bella teoria se non si potesse misurare. Con YOMIDO, un sensore di movimento di grado clinico, misuriamo i gradi reali che la colonna riesce a fare, prima e dopo. Questi sono tre clienti reali, misurati prima e dopo le 6 sessioni dell'R6S.
Guarda la seconda riga di ogni scheda: l'estensione (la capacità di piegarsi all'indietro) all'inizio non c'era, in nessuno dei tre. Non era ridotta, era un movimento che il corpo aveva smesso di concedere, e dopo sei sessioni è tornato.
Due limiti, perché contano quanto i numeri. Il primo: YOMIDO misura il movimento, non la fascia, quindi non possiamo dire quanta parte di questi gradi venga dal tessuto che scorre e quanta dal cervello che toglie il freno, ed è proprio per questo che lavoriamo su entrambi. Il secondo: sono tre persone, non uno studio. Ad oggi non ho trovato ricerche che abbiano misurato la fascia dopo un lavoro sul Reformer, e lo spiego senza giri di parole in Reformer e sistema neurofasciale: cosa sappiamo. Come funziona la misurazione lo trovi in Come misuriamo ciò che conta.
"Un'ipotesi dichiarata vale più di una certezza inventata."
— Dott. Mirko BoarettoLa sensazione cambia presto, a volte già alla fine della prima seduta. Il tessuto invece ha i suoi tempi, e chi ti promette una fascia nuova in un mese ti sta vendendo la sensazione al posto del tessuto.
Robert Schleip e Divo Müller hanno raccolto i principi proposti per allenare i tessuti connettivi: movimenti elastici preceduti da un contromovimento, allungamenti lenti e dinamici invece che fermi, un lavoro fine sulla percezione del corpo. Per un rinnovamento del tessuto suggeriscono una o due sedute a settimana per un periodo che va da 6 a 24 mesi.
È una proposta teorica costruita sulla letteratura, non un esperimento: la prendiamo come direzione, e verifichiamo con YOMIDO quello che succede davvero.
Ecco perché il percorso non finisce con le prime sei sessioni. La continuità non è un modo per tenerti in studio: è il tempo che il tessuto chiede per cambiare davvero, seguito da vicino perché il carico cresca quando il corpo è pronto, e non prima.
Ogni passo esiste per un motivo, e nessuno ti chiede di decidere tutto subito.
Il primo è il quiz sui segnali del corpo, perché prima di cercare una soluzione serve riconoscere i segnali che il corpo ti sta già mandando. Poi c'è una chiamata conoscitiva gratuita di 15 minuti, senza impegno: ascolto la tua storia e il tuo obiettivo, ti spiego come funziona il Sistema Personalis, e capiamo insieme se ci sono i presupposti. È la strada che ti consiglio.
Se ci sono, il passo successivo è la consulenza privata sullo stile di vita, uno a uno con me, a 50 €: una parte teorica, con il questionario su come vivi, e una parte pratica sul tuo corpo, perché prima di proporti qualsiasi percorso devo capire come ti muovi e da dove parti. Quando lo ritengo necessario, la prima misurazione YOMIDO si fa già lì. La consulenza ha la garanzia soddisfatti o rimborsati: se non esci con qualcosa di nuovo sul tuo corpo, ti restituisco i 50 €. Servono solo abiti comodi, nessuna preparazione.
Dalla consulenza nasce l'R6S, Reformer 6 Sessioni, a 150 €, per imparare a usare il Reformer prima di lavorare in gruppo, perché la macchina aiuta solo chi sa come usarla. Dopo l'R6S conosci le date della Mini Class: 7 incontri al mese, mai più di 5 persone, ciascuna sulla propria macchina, seguite direttamente da me. Sono pochi posti per scelta, ed è anche il motivo per cui questo non è il posto per chi cerca un'ora di movimento qualunque al prezzo più basso.
La prossima volta che alle sette il corpo ti chiederà di aspettare prima di allacciarti le scarpe, saprai che non sono le ossa a chiederlo. È una rete che non senti, e che si può rimettere in moto, a patto di cominciare dalla base del problema e non dal punto in cui fa male.
Scrivimi su WhatsApp e fissiamo la chiamata conoscitiva gratuita. Mi racconti la tua rigidità, io ti dico con onestà se il Sistema Personalis può fare qualcosa per te. Se preferisci, comincia dal quiz sui segnali del corpo.
Fissa la chiamata Fai il quizQuello che hai letto qui vale per la maggior parte delle persone. Il tuo corpo, però, ha una storia solo tua. Raccontamela.
Approfondisci il tuo caso