Serie Fascia & Mobilità · 02/07

Catene Miofasciali:
Un Segreto per Far Passare
il Dolore che Si Sposta

Il dolore è passato a febbraio ed è tornato a maggio, un palmo più in là. Per farlo passare bisogna capire da dove tira: la ricerca sulle catene miofasciali dice dove guardare, e dove si ferma.

Gennaio 2026  ·  6 min di lettura  ·  versione approfondita 13 min

Il dolore alla spalla se n'era andato a febbraio, dopo un ciclo di sedute fatte bene, da qualcuno che sapeva il fatto suo. A maggio è tornato, ma non nello stesso punto: un palmo più in giù, tra la scapola e la colonna, proprio dove la mattina allunghi la mano per grattarti e non ci arrivi. Se ti riconosci, sai già che non è sfortuna, e sai anche che ogni volta che ritorna ci mette un po' di più ad andarsene.

C'è un segreto per far passare un dolore così, e non sta nel punto che fa male. Sta in due parole che raramente ti avranno detto in un ambulatorio, catena miofasciale, e in una domanda da tenere a mente fino in fondo, perché vale per la spalla come per la schiena o il ginocchio. Se il dolore si sposta, chi lo sta spostando?

Perché il dolore si sposta

Prendi un maglione di lana e tira un filo vicino all'orlo, all'altezza del fianco. Non si deforma solo il fianco: la trama si stringe fino alla spalla, e il colletto gira verso il lato che hai tirato. Sotto la pelle, il tuo corpo è costruito in modo simile.

Intorno a ogni muscolo c'è la fascia (il rivestimento che avvolge i muscoli e li collega tra loro), che non finisce dove finisce il muscolo ma prosegue nel successivo. Nel 2001 il terapista manuale Thomas Myers l'ha descritta in Anatomy Trains: muscoli agganciati come vagoni lungo binari che vanno dal piede alla testa. Tiri un vagone e si muove il treno, per questo il punto che fa male non è sempre quello da cui parte il problema.

Sembra una bella metafora, di quelle che si raccontano bene e si dimostrano male. È la prima obiezione che farei anch'io.

Le catene miofasciali esistono davvero?

Nel 2016 un gruppo di ricercatori tedeschi ha raccolto gli studi di dissezione pubblicati dal 1900 al 2014: aprendo il corpo, le linee di Myers si vedono davvero? Su 6.589 articoli, quelli abbastanza solidi da analizzare erano 62.

Evidenza anatomica

Tre linee confermate, una per niente

La revisione ha controllato sei linee di Myers, cercando il tessuto connettivo dove un muscolo passa al successivo. Per tre l'evidenza è forte, e tra queste c'è la linea posteriore superficiale, dalla pianta del piede alla nuca: tutti i suoi passaggi confermati, su 14 studi. Per la linea anteriore superficiale nessun passaggio confermato, su 7 studi.

Wilke J. et al. · Arch Phys Med Rehabil 97(3):454-461, 2016 · PubMed 26281953 · Myers T.W. · Anatomy Trains, 3a ed., 2014

Ti racconto anche lo zero perché è lì che molti articoli smettono di essere onesti. La linea confermata meglio, però, è quella che interessa a chi ha mal di schiena o il collo che tira: parte sotto il piede, risale dietro polpaccio e coscia, passa dietro il bacino e sale lungo la colonna fino al cranio.

E c'è un esperimento che la rende concreta (Wilke e colleghi, Journal of Sports Sciences, 2016). Ventisei adulti sani: metà ha allungato polpacci e retro coscia per tre volte trenta secondi, metà è rimasta ferma. Poi è stato misurato il collo, che nessuno aveva toccato: nel primo gruppo il movimento della testa è passato in media da 143,3 a 148,2 gradi, nell'altro non è cambiato. Cinque gradi non cambiano la vita, ed è uno studio piccolo su persone senza dolore, ma hai lavorato sulle gambe e si è mosso il collo. Gli autori aggiungono che anche il cervello partecipa, e decide quanto movimento concederti.

Perché il dolore torna anche dopo la fisioterapia

Torna alla spalla dell'inizio. Chi te l'ha trattata ha fatto il suo lavoro, e il sollievo era vero. Ma se la tensione arrivava da più lontano, lungo la stessa catena, il punto trattato si calma mentre il resto continua a tirare, finché il carico non si scarica di nuovo: a volte nello stesso punto, a volte un palmo più in là.

È un ragionamento clinico, non una legge: non tutti i dolori nascono lontano da dove fanno male, e per capirlo bisogna guardare il corpo intero. In studio, nelle persone sopra i 45 anni, la catena che trovo più spesso accorciata è quella posteriore, che corre dietro, dai piedi alla nuca.

Il segreto per far passare un dolore che si sposta

Eccolo, detto semplice: smettere di inseguire il punto che fa male e lavorare sulla catena che lo tira. Non è una garanzia che il dolore sparisca, è il motivo per cui il sollievo può durare invece di cambiare indirizzo.

Torna al maglione: se stiri solo la spalla, la piega ritorna appena lo indossi, perché devi distendere la trama lungo tutto il filo. In uno studio su 121 persone (Langevin, 2011), in chi aveva mal di schiena cronico gli strati di fascia lombare scorrevano tra loro circa il 20% in meno. È una correlazione, non una causa provata, ma dice dove guardare.

Per questo il lavoro non si ferma a un esercizio: si muove su cinque fronti, ognuno su un pezzo dello stesso problema.

Sistema Personalis

Come puoi raggiungere i miglioramenti

Se il tuo dolore si sposta, non va inseguito punto per punto: va sciolta la catena che lo tira, e servono cinque lavori diversi sullo stesso problema.

Pilastro I

Macchine Pilates

Sul Reformer spingi con il piede contro la barra mentre la colonna resta appoggiata: muovi tutta la catena dal tallone alla schiena, con molle che si regolano una alla volta. Struttura e forza senza caricare la schiena.

Pilastro II

Nutrimento Miofasciale

Movimenti lenti e lunghi percorrono la catena dal piede alla testa invece di fermarsi sul muscolo che protesta, così la tensione si distende lungo tutto il filo. La fascia che non senti è quella che blocca il movimento.

Pilastro III

Stimolazione Neurale

Quando un movimento gli sembra rischioso, il cervello tira il freno. Riattivi i muscoli profondi che tengono ferme le vertebre e, quando sente che la base tiene, il freno si allenta. Il corpo forte parte dal controllo, non dalla massa.

Pilastro IV

Cronobiologia

La schiena delle sette non è quella delle diciotto: dentro di te ci sono migliaia di orologi biologici (Premio Nobel 2017). Che la catena si sciolga meglio in certe ore è un'ipotesi di lavoro, e la verifichiamo su di te.

Pilastro V

Recupero Attivo & Rigenerazione

Il quinto pilastro protegge gli altri quattro: nei giorni lontano dallo studio il lavoro continua perché la catena non torni a stringersi, e sonno e affaticamento decidono il carico successivo. Se hai dormito male, non si spinge, si accompagna.

Come sai se la catena si è sbloccata

Fin qui ti ho chiesto di fidarti di studi fatti su altri, ma il tuo corpo merita un numero suo. YOMIDO è un sensore di movimento di grado clinico che misura gradi articolari, equilibrio e tempi di reazione all'inizio e a scadenze fisse, così sai da dove parti.

Carlo Alberto Paris fa il fotografo, porta carichi asimmetrici sulle spalle e conviveva con un dolore cronico al lato destro del collo. All'inizio la sua colonna si piegava in avanti di 102 gradi e all'indietro non si estendeva affatto. Dopo le 6 sessioni dell'R6S la flessione era a 184 gradi, e l'estensione, che prima non c'era, a 40.

Non so dirti quanta parte di quei gradi sia fascia che scorre, quanta un cervello che ha tolto il freno, quanta la fiducia di muoversi di nuovo. So che sono misurati, prima e dopo, con lo stesso sensore.

La prossima volta che il dolore cambia indirizzo, non chiederti soltanto dove fa male. Chiediti da dove tira.

Qui sotto, nella versione approfondita, trovi gli studi completi con le fonti, la catena posteriore passaggio per passaggio, i cinque pilastri uno per uno, gli altri casi misurati con YOMIDO e il percorso completo per cominciare a Monselice.

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Da dove tira
il tuo dolore?

Raccontami al telefono dove senti il dolore e dove si è spostato: in un quarto d'ora capiamo insieme se il Sistema Personalis ha senso per te, prima di qualsiasi impegno.

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Vuoi andare a fondo?Leggi la versione approfondita13 min di lettura · fonti, studi e dettagli

Il dolore alla spalla se n'era andato a febbraio, dopo un ciclo di sedute fatte bene, da qualcuno che sapeva il fatto suo. A maggio è tornato, ma non nello stesso punto: un palmo più in giù, tra la scapola e la colonna, proprio dove la mattina allunghi la mano per grattarti e non ci arrivi. Se ti riconosci, sai già che non è sfortuna, e sai anche che ogni volta che ritorna ci mette un po' di più ad andarsene.

Questo andirivieni ha una spiegazione che con la sfortuna non c'entra, e passa per due parole che raramente ti avranno detto in un ambulatorio: catena miofasciale. Prima di arrivarci, però, tieni a mente una domanda, perché vale per la spalla come per la schiena o il ginocchio. Se il dolore si sposta, chi lo sta spostando?

Perché il dolore si sposta da una parte all'altra del corpo

Prendi un maglione di lana e tira un filo vicino all'orlo, all'altezza del fianco. Non si deforma solo il fianco: la trama si stringe su fino alla spalla, e il colletto gira di qualche centimetro verso il lato che hai tirato. Sotto la pelle, il tuo corpo è costruito in un modo sorprendentemente simile.

Intorno a ogni muscolo c'è un tessuto sottile e resistente, la fascia (il rivestimento che avvolge i muscoli e li collega tra loro), che non si interrompe dove finisce un muscolo ma prosegue in quello successivo, come una calza che non finisce mai. Se vuoi conoscerla meglio, te l'ho raccontata in La Fascia: la Rete che Tiene Insieme il Corpo.

Nel 2001 Thomas Myers, terapista manuale americano, ha dato a questa idea un nome che è diventato il titolo del suo libro, Anatomy Trains: i muscoli non lavorano come pezzi separati, ma come vagoni agganciati lungo binari che attraversano il corpo, dalla pianta del piede fino alla testa. Tiri un vagone e si muove il treno. È per questo che una tensione nata in un punto può farsi sentire molto più in là, e che il punto che fa male non è sempre quello da cui parte il problema.

Detta così sembra una bella metafora, di quelle che si raccontano bene e si dimostrano male. È la prima obiezione che farei anch'io, ed è giusto farla.

Le catene miofasciali esistono davvero? Cosa dice la ricerca

Nel 2016 un gruppo di ricercatori tedeschi ha raccolto gli studi di dissezione pubblicati dal 1900 al 2014 per controllare una cosa semplice: aprendo il corpo, le linee descritte da Myers si vedono davvero, oppure esistono solo sulla carta? Su 6.589 articoli trovati, quelli abbastanza solidi da essere analizzati erano 62. Il risultato è più interessante di un semplice sì.

Evidenza anatomica

Tre linee confermate, una per niente

La revisione ha controllato sei delle linee proposte da Myers, verificando se i muscoli che le compongono sono davvero uniti da tessuto connettivo nei punti in cui un tratto passa al successivo. Per tre linee l'evidenza è forte, e tra queste c'è la linea posteriore superficiale, che va dalla pianta del piede alla nuca: tutti e tre i suoi passaggi sono confermati, su 14 studi. Per la linea a spirale e la linea laterale la conferma è solo parziale. Per la linea anteriore superficiale non è stato confermato nemmeno un passaggio, su 7 studi.

La conclusione degli autori è che la maggior parte dei muscoli scheletrici è collegata direttamente da tessuto connettivo, e che il compito più urgente per la ricerca è capire quanto contino questi collegamenti nel movimento reale.

Wilke J., Krause F., Vogt L., Banzer W. · What Is Evidence-Based About Myofascial Chains: A Systematic Review · Arch Phys Med Rehabil 97(3):454-461, 2016 · PubMed 26281953 · Myers T.W. · Anatomy Trains: Myofascial Meridians · 3a ed., Churchill Livingstone, 2014
62
Studi di dissezione analizzati, su 6.589
3
Linee con evidenza anatomica forte
0
Passaggi confermati sulla linea anteriore superficiale

Ti racconto anche lo zero perché è il punto in cui molti articoli smettono di essere onesti. Le catene non sono tutte uguali, e non tutto quello che leggi in rete sulle linee miofasciali è dimostrato. Quella confermata meglio, però, è proprio quella che interessa di più a chi ha mal di schiena, il collo che tira o il dietro delle ginocchia che non si allunga.

La catena posteriore: dal tallone alla nuca

Parte sotto il piede, risale lungo il polpaccio e il retro della coscia, passa dietro il bacino, sale lungo i muscoli ai lati della colonna e arriva alla base del cranio. In uno dei suoi passaggi l'aggancio è quasi letterale: il tendine del muscolo dietro la coscia (il bicipite femorale) in parte non si ferma sull'osso del bacino, ma prosegue nel legamento che lo collega all'osso sacro, la base della colonna. Già nel 1993 un gruppo olandese aveva mostrato che tirando quel muscolo si mette in tensione anche il legamento.

Che due pezzi siano attaccati, però, non vuol dire che se tiri l'uno si muova l'altro, e qui la ricerca è più prudente. Una seconda revisione, degli stessi autori, ha cercato le prove che la forza passi davvero da un tratto all'altro: per la catena posteriore le prove ci sono, ma sono di livello moderato, e quanto pesino nella vita di tutti i giorni resta da capire.

Eppure c'è un esperimento che vale la pena raccontarti. Ventisei adulti sani, divisi in due gruppi: una metà ha allungato polpacci e retro coscia per tre volte trenta secondi, l'altra metà è rimasta ferma. Poi i ricercatori hanno misurato il collo, che nessuno aveva toccato. Nel gruppo che aveva allungato le gambe, la capacità di piegare e distendere la testa è passata in media da 143,3 a 148,2 gradi. Nell'altro gruppo non è cambiata.

Evidenza sperimentale

Allunghi le gambe, si muove il collo

Cinque gradi non cambiano la vita, ed è uno studio pilota piccolo, su persone senza dolore. Ma dice una cosa precisa: hai lavorato sulle gambe e il collo ha guadagnato movimento. Nel 2019 lo stesso gruppo ha ripetuto un'idea simile su 168 adulti: due minuti di lavoro sotto la pianta del piede, e il retro della coscia si è allungato in media di circa il 10%.

La conclusione degli autori è il pezzo che ti serve per il resto dell'articolo: la tensione che viaggia lungo la catena probabilmente non spiega tutto da sola, perché anche il cervello partecipa e decide quanto movimento concederti.

Wilke J. et al. · Remote effects of lower limb stretching: preliminary evidence for myofascial connectivity? · J Sports Sci 34(22):2145-2148, 2016 · PubMed 27124264 · Wilke J. et al. · Are Remote Exercise Effects Age Dependent? · J Sport Rehabil 28(7):758-763, 2019 · doi 10.1123/jsr.2018-0184 · Krause F. et al. · Intermuscular force transmission along myofascial chains: a systematic review · J Anat 228(6):910-918, 2016 · PMC5341578 · van Wingerden J.P., Vleeming A. et al. · Interaction between the biceps femoris muscle and the sacrotuberous ligament · Eur Spine J, 1993 · PubMed 20058466

"Trattare il dolore senza trattare la fascia è come cambiare la lampadina senza riparare l'impianto elettrico."

— Dott. Mirko Boaretto

Perché il dolore torna anche dopo la fisioterapia

Adesso torna alla spalla dell'inizio. Chi te l'ha trattata ha fatto il suo lavoro, e il sollievo che hai sentito era vero. Ma se la tensione che la tirava arrivava da più lontano, lungo la stessa catena, il punto trattato si calma mentre il resto della catena continua a tirare come prima, finché il carico non si scarica di nuovo da qualche parte. A volte nello stesso punto, a volte un palmo più in là.

È un ragionamento clinico, non una legge. Non tutti i dolori nascono lontano da dove fanno male, e per capire se è il tuo caso bisogna guardare il corpo intero, non solo la zona che ti fa male. In studio, nelle persone sopra i 45 anni, la catena che trovo più spesso accorciata è quella posteriore, che corre dietro, dai piedi alla nuca.

C'è poi un rischio più silenzioso del dolore di oggi, che magari sopporti benissimo. Per evitare il punto che fa male, il corpo impara a muoversi in un altro modo, ruota un po' meno, si appoggia di più su un lato, e quel modo nuovo carica qualcos'altro. Non te ne accorgi in un giorno, te ne accorgi la mattina in cui non riesci più ad allacciarti le scarpe senza appoggiarti al muro.

Il primo passo, da casa

Dove ti sta
parlando il corpo?

Il quiz sui segnali del corpo ti aiuta a mettere in fila quello che senti già: dove fa male, quando, cosa lo peggiora. È il modo più semplice per arrivare alla prima conversazione con le idee chiare.

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Come si lavora su una catena miofasciale bloccata

Se il problema è una catena, la risposta non può essere un singolo esercizio sul punto che fa male. Servono cinque cose che lavorano insieme, ognuna su una parte diversa dello stesso problema, ed è il motivo per cui il Sistema Personalis è costruito su cinque pilastri e non su uno.

Come si scioglie una tensione che corre per mezzo corpo?

Torna al maglione. Se tiri il filo dall'orlo e poi stiri solo la spalla con il ferro, la piega ritorna appena lo indossi: devi distendere la trama lungo tutto il percorso del filo. Il secondo pilastro, il Nutrimento Miofasciale, fa proprio questo, con movimenti lenti e lunghi che percorrono la catena invece di fermarsi sul muscolo che protesta, per liberare tensioni profonde nel tessuto connettivo. Non è un dettaglio da manuale: in uno studio su 121 persone, chi aveva mal di schiena cronico aveva gli strati di fascia della zona lombare che scorrevano tra loro circa il 20% in meno di chi non ne soffriva. È una correlazione, non la prova di una causa, ma dice dove guardare. La fascia che non senti è quella che blocca il movimento.

Come muovi tutta la catena senza caricare la schiena?

Sul Reformer sei sdraiato su un carrello che scorre, e la resistenza la danno le molle, non un peso sulle spalle. Quando spingi con la pianta del piede contro la barra, il movimento parte dal tallone e attraversa caviglia, ginocchio e anca, fino alla colonna che resta appoggiata: è la catena posteriore che lavora tutta insieme, con un carico che si regola una molla alla volta. È il primo pilastro, le Macchine Pilates: Reformer, Cadillac, Chair e Barrel servono a dare struttura e forza senza caricare la schiena, con una progressione che si può misurare. Perché le molle costruiscano forza vera, l'ho spiegato in un articolo dedicato.

Perché il corpo non ti lascia muovere anche quando potrebbe?

Ricordi i ricercatori che hanno chiamato in causa il cervello? Quando un movimento gli sembra rischioso, il sistema nervoso tira il freno: irrigidisce, accorcia il gesto, sposta il lavoro sui muscoli più superficiali. Un lavoro pubblicato nel 2010 su Physical Therapy è arrivato a una conclusione simile per lo stretching: quando dopo qualche settimana ti allunghi di più, buona parte del guadagno viene da una sensazione che cambia, da un cervello che tollera di più, prima ancora che da un muscolo che si allunga. Il terzo pilastro, la Stimolazione Neurale, lavora lì, riattivando i muscoli stabilizzatori profondi, quelli piccoli e vicini alle articolazioni che tengono ferme le vertebre mentre il resto si muove. Quando il cervello sente che la base tiene, allenta il freno. Il corpo forte parte dal controllo, non dalla massa, e il dialogo tra fascia e nervi lo trovi in Fascia, Nervi e Rigidità Over-45.

Illustrazione del rapporto tra fascia e sistema nervoso nella riorganizzazione della postura e del movimento
Fascia e sistema nervoso lavorano insieme: quando i segnali che arrivano dal corpo sono chiari, il cervello concede più movimento.

Conta l'ora in cui ti muovi?

Lo sai già senza bisogno di studi: la schiena delle sette del mattino non è quella delle sei di sera. Nel 2017 il Premio Nobel per la medicina è andato a tre ricercatori che hanno spiegato come funzionano gli orologi biologici dentro le nostre cellule, orologi che regolano molte cose, dal sonno alla temperatura del corpo. Il quarto pilastro, la Cronobiologia, parte da qui: allenarti nel momento biologicamente corretto per te. Che una catena rigida si sciolga meglio in certe ore è un'ipotesi di lavoro, e come tale la trattiamo, verificandola sul tuo corpo. In consulenza guardiamo anche questo: a che ora ti svegli, quando ti senti più rigido, quando hai più energia.

Cosa fa la catena nei giorni in cui non sei in studio?

Le ore che passi in studio sono poche rispetto a quelle che passi seduto, in macchina o a letto, e se nel frattempo la catena torna a stringersi ogni seduta ricomincia da capo. Il quinto pilastro, Recupero Attivo & Rigenerazione, protegge gli altri quattro: mobilità mirata a fine seduta, una routine scritta per i giorni senza allenamento e il monitoraggio di sonno e affaticamento, che decide il carico della seduta successiva. Se hai dormito male, la catena non si spinge, si accompagna. Come funziona, te l'ho raccontato in Il Quinto Pilastro.

Come si misura se la catena si è sbloccata

Fin qui ti ho chiesto di fidarti di studi fatti su altri. Il tuo corpo merita un numero suo. YOMIDO è un sensore di movimento di grado clinico che misura i gradi delle articolazioni, l'equilibrio e i tempi di reazione, all'inizio e poi a scadenze fisse del percorso, così sai da dove parti e non devi fidarti delle sensazioni.

Carlo Alberto Paris fa il fotografo, lavora con carichi asimmetrici sulle spalle e conviveva da tempo con un dolore cronico al lato destro del collo. All'inizio la sua colonna si piegava in avanti di 102 gradi e all'indietro non si estendeva affatto. Dopo le 6 sessioni dell'R6S la flessione era a 184 gradi, e l'estensione, che prima non c'era, a 40. Riccardo Soldà, manager con tre anni di mal di schiena che andava e veniva, è passato da 72 a 180 gradi in flessione, e da un'estensione assente a 88.

102° › 184°
Carlo Alberto Paris · flessione della colonna
72° › 180°
Riccardo Soldà · flessione della colonna
146° › 170°
Claudio Martini · flessione della colonna

Poi c'è Claudio Martini, pensionato di 68 anni, che partiva già da 146 gradi ed è arrivato a 170: ventiquattro gradi, meno degli altri, perché chi parte meglio ha meno strada da fare. Te lo riporto proprio perché non è il numero più bello. E ti dico anche quello che non so: quanta parte di quei gradi sia fascia che torna a scorrere, quanta un cervello che ha tolto il freno, quanta la fiducia di muoversi di nuovo. So che sono misurati, prima e dopo, con lo stesso sensore. Come lavora YOMIDO lo trovi in Come Misuriamo Ciò Che Conta, e dove finisce la scienza e comincia l'ipotesi in Reformer e sistema neurofasciale.

"Un'ipotesi dichiarata vale più di una certezza inventata."

— Dott. Mirko Boaretto

Da dove cominciare a Monselice, se il tuo dolore si sposta

Il primo passo puoi farlo stasera, dal divano: il quiz sui segnali del corpo ti aiuta a riconoscere quello che il tuo corpo ti sta già dicendo. Il secondo è una telefonata di 15 minuti, gratuita e senza impegno: ascolto la tua storia e il tuo obiettivo, ti spiego come funziona il Sistema Personalis e capiamo insieme se ci sono i presupposti.

Se ci sono, ci vediamo nello studio di Monselice, in provincia di Padova, per la consulenza privata sullo stile di vita: 50 euro, uno a uno con me. Una parte è teorica, con un questionario su come vivi, dormi e lavori, e una parte è pratica, sul corpo, per capire quale catena tira e da dove. Non devi prepararti, ti bastano abiti comodi. La consulenza è coperta dalla garanzia soddisfatti o rimborsati: se esci senza aver scoperto qualcosa di nuovo sul tuo corpo, i 50 euro ti vengono restituiti.

Solo dopo, se ha senso per te, arriva l'R6S, Reformer 6 Sessioni, 150 euro, per imparare a usare il Reformer prima di entrare nel gruppo. Poi la Mini Class: al massimo cinque persone, sette incontri al mese, con quota e date che conosci alla fine dell'R6S. Esiste perché una catena che si è stretta in anni non si scioglie in sei incontri, ma con un carico che cresce nel tempo, seguito da vicino.

Se ti sembra tanto, mettilo accanto a quello che ti costa oggi un dolore che torna: le sedute ripetute sullo stesso punto, le giornate in cui scegli cosa non fare per non svegliarlo. E se cerchi un'ora di movimento qualunque al prezzo più basso, questo non è il posto giusto, te lo dico con rispetto. Se invece vuoi capire da dove parte il tuo dolore e misurare il giorno in cui smette di spostarsi, sì. I posti per Mini Class sono cinque, non per strategia, ma perché di più non si seguono come si deve.

La prossima volta che il dolore cambia indirizzo, un palmo più in giù tra le scapole, non chiederti soltanto dove fa male. Chiediti da dove tira.

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Da dove tira
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Quello che hai letto qui vale per la maggior parte delle persone. Il tuo corpo, però, ha una storia solo tua. Raccontamela.

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MB
Dott. Mirko Boaretto
Chinesiologo · Fondatore Studio Reformer · Creatore del Sistema Personalis

27 anni di pratica clinica nel movimento, postura e riabilitazione miofasciale. Allievo del prof. Antonio Paoli (Università di Padova) e della lineage Joseph Pilates attraverso Anna Maria Cova. Senior Trainer certificato, specializzato in dinamiche fasciali e neurali. Ha trasformato oltre 320 vite con il Sistema Personalis — il metodo che misura quello che conta.