Mente & Movimento · Il cervello

Esercizio fisico e memoria:
cosa potresti apprendere
da 120 cervelli misurati

In uno studio su 120 persone tra i 55 e gli 80 anni, chi camminava ha visto crescere la parte del cervello legata alla memoria, chi si allungava l'ha vista calare. Ecco cosa dice davvero, cosa non dice e cosa conta dopo i 45 anni.

Ottobre 2026  ·  7 min di lettura  ·  versione approfondita 15 min

Per un anno, sessanta persone tra i 55 e gli 80 anni hanno fatto esercizi di allungamento, di equilibrio e di forza leggera con elastici e manubri. Alla fine una piccola parte del loro cervello, quella che lavora per la memoria, si era ridotta di circa l'1,4%. Nello stesso anno altre sessanta persone della stessa età hanno camminato a passo sostenuto tre volte a settimana, e quella stessa parte è cresciuta del 2%.

Messa così, la conclusione sembra già scritta: cammina e il cervello ringiovanisce. Lo stesso studio, però, contiene un dato sulla memoria che quasi nessuno riporta, e quel dato cambia il modo di leggere tutto il resto.

Prima conviene dire perché ti riguarda. Dopo i 45 anni capita a tutti di entrare in una stanza e chiedersi cosa si era venuti a prendere, o di inseguire per tutta la cena un nome che resta lì, sulla punta della lingua. Di solito è normale, ma il pensiero arriva lo stesso, e subito dopo arriva la domanda giusta: con il corpo posso farci qualcosa? Se i cambiamenti ti preoccupano davvero, la prima persona a cui parlarne è il tuo medico. Qui si parla di cosa sa la ricerca, e di cosa non sa.

Esercizio fisico e memoria: cosa è successo in quei 120 cervelli

Lo studio è del 2011, l'ha guidato il neuroscienziato americano Kirk Erickson e ha misurato con la risonanza magnetica l'ippocampo, una struttura a forma di cavalluccio marino lunga pochi centimetri, nascosta in profondità in ciascuna metà del cervello. È quella che usi per fissare un ricordo nuovo e per orientarti in un posto che conosci poco, e con gli anni tende a ridursi, un po' alla volta.

Studio randomizzato · 120 adulti · 1 anno

Chi camminava ha visto crescere l'ippocampo

Persone sane tra i 55 e gli 80 anni, assegnate a caso a due gruppi. Il primo camminava tre volte a settimana, fino a 40 minuti, a un ritmo che faceva salire il respiro; il secondo faceva allungamenti, equilibrio e forza leggera. Dopo un anno la parte anteriore dell'ippocampo era cresciuta di circa il 2% nel primo gruppo e calata di circa l'1,4% nel secondo. Gli autori parlano di 1-2 anni di perdita legata all'età recuperati.

Il limite: la memoria spaziale è migliorata in tutti e due i gruppi, in misura simile, e lo studio misura volumi, non la prevenzione di una malattia.

Erickson K.I. et al. · PNAS 108(7):3017-3022, 2011 · PubMed

Il dato sulla memoria che i titoli saltano

Eccolo. Al test di memoria, quello in cui bisognava ricordare dove erano comparsi alcuni punti su uno schermo, sono migliorati tutti e due i gruppi, e chi camminava non è migliorato più degli altri. Dentro il gruppo che camminava c'è però un legame: chi aveva visto crescere di più l'ippocampo era anche chi migliorava di più nel test.

Il cervello risponde al movimento, quindi, e questo è dimostrato. Che la risposta diventi in automatico una memoria migliore, no. Quando si mettono insieme 14 studi sull'esercizio aerobico (Firth e colleghi, NeuroImage, 2018) l'effetto sul volume totale dell'ippocampo non risulta significativo, mentre lo è sul lato sinistro, e gli autori lo leggono più come un freno al calo che come una crescita. Sui test di memoria e attenzione, una revisione Cochrane del 2015 non ha trovato prove che il solo esercizio aerobico migliori le capacità mentali degli anziani sani. Una meta-analisi del 2018 su 36 studi in persone sopra i 50 anni (Northey e colleghi, British Journal of Sports Medicine) ha invece trovato un effetto piccolo ma reale, con attività diverse tra loro, dalla camminata ai pesi al tai chi, purché le sedute durassero 45-60 minuti con un'intensità almeno moderata.

Cosa è dimostrato e cosa no

Messi in fila, i fatti dicono questo. È dimostrato che il cervello adulto, anche dopo i 60 anni, cambia in risposta al movimento, e che le capacità mentali beneficiano un poco di un allenamento regolare e abbastanza intenso. Non è dimostrato che muoversi prevenga l'Alzheimer o la demenza, che un metodo faccia crescere l'ippocampo più di un altro, né che quel 2% in più sia fatto di neuroni nuovi, perché la risonanza misura un volume e non conta le cellule. Studi che abbiano misurato l'ippocampo dopo un percorso sul Reformer, a oggi, non ne conosco.

Per questo non ti prometto una memoria migliore. Ti dico una cosa più piccola e più solida.

La dose, non il gesto

Guarda di nuovo i due gruppi dello studio. Si muovevano tutti e due, con regolarità, per un anno intero. Cambiava quanto il corpo veniva chiamato a lavorare: chi camminava a passo sostenuto alzava il battito e il respiro, chi si allungava no. Gli studi su cui si regge l'evidenza hanno in comune proprio questo, una dose fatta di intensità almeno moderata, sedute regolari e mesi di continuità. E il carico conta anche quando non è camminata: in uno studio australiano su 100 persone con lievi difficoltà di memoria, sei mesi di allenamento con i pesi, due volte a settimana, hanno migliorato le capacità mentali nel loro insieme, anche se l'ippocampo non è cambiato (Suo e colleghi, Molecular Psychiatry, 2016).

Qui entra il primo pilastro. Sul Reformer il carico non è un peso da sollevare con la schiena: sono molle che si aggiungono una alla volta, con il corpo appoggiato e guidato, così anche a 60 o 70 anni si lavora a un'intensità vera, che si misura e cresce. Non è la camminata dello studio e non la sostituisce, perché camminare resta utile. È il modo di dare a un corpo che ha più di 45 anni la dose che la ricerca indica, senza caricare la schiena. Ma il cervello non risponde solo al carico: contano anche come ti muovi, a che ora e cosa succede nelle ore in cui non ti alleni.

Sistema Personalis

Come puoi raggiungere i miglioramenti

Dopo i 45 anni il cervello risponde al movimento, ma a una dose precisa: carico vero, controllo, orario giusto, sonno e continuità. Cinque lavori sullo stesso obiettivo.

Pilastro I

Macchine Pilates

Molle che si aggiungono una alla volta, con il corpo appoggiato: lavori a un'intensità vera senza caricare la schiena, e la ricerca indica proprio l'intensità almeno moderata come la dose che conta.

Pilastro II

Nutrimento Miofasciale

Un tessuto che scorre permette movimenti più ampi e più vari, e il cervello riceve più informazioni su dove si trova il corpo. La fascia che non senti è quella che blocca il movimento.

Pilastro III

Stimolazione Neurale

Gesti nuovi, lenti e precisi, su equilibrio e muscoli profondi, chiedono al cervello attenzione e controllo. Il corpo forte parte dal controllo, non dalla massa: l'effetto lo misuriamo, non lo diamo per scontato.

Pilastro IV

Cronobiologia

Dentro di te ci sono migliaia di orologi biologici, la scoperta del Nobel 2017: allenarti all'ora giusta vuol dire dare la dose quando il corpo la riceve meglio, senza rubare la notte.

Pilastro V

Recupero Attivo & Rigenerazione

Il sonno è il momento in cui il cervello mette in ordine il giorno: monitorarlo decide il carico della seduta dopo, e una routine scritta tiene il ritmo tra un incontro e l'altro.

Come sai se qualcosa sta cambiando

Lo dico chiaro: YOMIDO, il sensore di movimento di grado clinico che usiamo in studio, non misura la memoria. Misura quello che il cervello fa fare al corpo: i tempi di reazione, cioè quanto in fretta rispondi a uno stimolo, l'equilibrio, la differenza tra il lato destro e il sinistro, i gradi di caviglia, anca e spalla e la rotazione del tronco. Il primo rilievo, il T0, fotografa da dove parti, e i controlli successivi dicono cosa è cambiato e cosa no.

Claudio Martini, pensionato, 68 anni, ha più o meno l'età media delle persone dello studio di Erickson. Al primo rilievo si piegava in avanti fino a 146° e all'indietro per niente; dopo le 6 sessioni dell'R6S la flessione era a 170° e l'estensione a 30°. Non è un dato sul cervello e non lo racconto così: dice che a 68 anni un corpo risponde ancora a uno stimolo dato con regolarità. È un caso, non uno studio.

La frase che sento più spesso dopo le prime settimane è che non credevano di avere un corpo così reattivo, e la contentezza di ritrovarsi negli allungamenti. A ogni inizio e fine lezione ci sono piccoli test di consapevolezza e di allungamento, come il piegamento in avanti e lo squat, e il confronto tra l'inizio e la fine si vede.

Torna alle sessanta persone che hanno passato l'anno ad allungarsi. Anche la loro memoria è migliorata, eppure il loro ippocampo si è ridotto lo stesso. Il cervello risponde sempre: la domanda è a quale dose, e chi la misura.

Qui sotto trovi la versione approfondita: i numeri completi dello studio di Erickson, cosa dicono le revisioni che mettono insieme decine di ricerche, lo studio sui pesi, i cinque pilastri uno per uno, tutti e tre i casi misurati con YOMIDO e il percorso completo per cominciare a Monselice.

Studio Reformer · Monselice (PD)

Che dose stai
dando al tuo corpo?

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Per un anno, sessanta persone tra i 55 e gli 80 anni hanno fatto esercizi di allungamento, di equilibrio e di forza leggera con elastici e manubri, più una breve sequenza di yoga. Alla fine una piccola parte del loro cervello, quella che lavora per la memoria, si era ridotta di circa l'1,4%. Nello stesso anno altre sessanta persone della stessa età hanno camminato a passo sostenuto tre volte a settimana, e quella stessa parte è cresciuta del 2%.

Messa così, la conclusione sembra già scritta, ed è quella che hai letto in molti titoli: cammina e il cervello ringiovanisce. Lo stesso studio, però, contiene un dato sulla memoria che quasi nessuno riporta, e quel dato cambia il modo di leggere tutto il resto, compreso quello che puoi aspettarti dal tuo allenamento.

Prima conviene dire perché ti riguarda. Dopo i 45 anni capita a tutti di entrare in una stanza e chiedersi cosa si era venuti a prendere, di rileggere due volte la stessa riga, di inseguire per tutta la cena un nome che resta lì, sulla punta della lingua, e torna in mente alle due di notte. Quasi sempre è normale, ma il pensiero arriva lo stesso, e subito dopo arriva la domanda giusta: con il corpo posso farci qualcosa? Se i cambiamenti ti preoccupano davvero, la prima persona a cui parlarne è il tuo medico. Qui si parla di cosa sa la ricerca, e con la stessa cura di cosa non sa.

Esercizio fisico e memoria: cosa ha misurato lo studio di Erickson

Lo studio è del 2011 e l'ha guidato il neuroscienziato americano Kirk Erickson. Ha misurato con la risonanza magnetica l'ippocampo, una struttura a forma di cavalluccio marino, lunga pochi centimetri, nascosta in profondità in ciascuna metà del cervello. È quella che usi per fissare un ricordo nuovo, per esempio dove hai parcheggiato stamattina, e per orientarti in un posto che conosci poco. Con gli anni tende a ridursi, un po' alla volta, ed è per questo che i ricercatori lo guardano con tanta attenzione.

La domanda era semplice: se una persona sopra i 55 anni comincia a muoversi con regolarità, l'ippocampo continua a ridursi o no?

Studio randomizzato · 120 adulti · 1 anno

Chi camminava ha visto crescere l'ippocampo

Persone sane tra i 55 e gli 80 anni (in media circa 66), assegnate a caso a due gruppi da 60. Il primo camminava tre volte a settimana, arrivando a 40 minuti per seduta, a un ritmo che faceva salire battito e respiro. Il secondo faceva allungamenti, esercizi di forza leggera con manubri ed elastici, esercizi di equilibrio e una sequenza di yoga.

Dopo un anno la parte anteriore dell'ippocampo era cresciuta di circa il 2% nel gruppo che camminava e calata di circa l'1,4% nell'altro. Gli autori lo descrivono come un recupero di 1-2 anni di perdita legata all'età.

Il limite: la memoria spaziale è migliorata in tutti e due i gruppi, in misura simile. Lo studio misura volumi e test, non la prevenzione di una malattia, e non misurava l'umore.

Erickson K.I., Voss M.W., Prakash R.S. et al. · Exercise training increases size of hippocampus and improves memory · PNAS 108(7):3017-3022, 2011 · doi:10.1073/pnas.1015950108 · PubMed
120
Persone tra i 55 e gli 80 anni, assegnate a caso
+2%
Ippocampo anteriore in un anno, gruppo che camminava
−1,4%
Ippocampo in un anno, gruppo con allungamenti e forza leggera

Il dato sulla memoria che quasi nessuno riporta

Eccolo. Il test di memoria chiedeva di ricordare dove erano comparsi alcuni punti su uno schermo. Dopo un anno sono migliorati tutti e due i gruppi, e chi camminava non è migliorato più degli altri. Il titolo dello studio dice che l'esercizio "migliora la memoria", ma il confronto tra i gruppi, da solo, non lo mostra.

C'è però un secondo livello, ed è quello interessante. Dentro il gruppo che camminava, chi aveva visto crescere di più l'ippocampo era anche chi migliorava di più nel test. Il legame è modesto, ma c'è. Lo stesso vale per una proteina che il corpo produce anche con il movimento, il BDNF, una specie di concime per le connessioni tra i neuroni: dove saliva di più, l'ippocampo cresceva di più. Con la memoria, però, il BDNF non risultava legato, e tra i due gruppi non c'era differenza.

Un ultimo dettaglio, che riguarda chi oggi si muove poco. Nel gruppo che si allungava, chi all'inizio aveva un cuore e un respiro più allenati ha perso meno volume, almeno sul lato destro. Come se la forma di partenza facesse da cuscinetto.

Quando si mettono insieme decine di studi

Un solo studio, per quanto ben fatto, è una fotografia. Per capire se il risultato regge bisogna guardare cosa succede quando lo si mette accanto agli altri.

Revisione e meta-analisi · 14 studi · 737 persone

Più un freno al calo che una crescita

Mettendo insieme gli studi sull'esercizio aerobico, da 3 a 24 mesi, l'effetto sul volume totale dell'ippocampo non risulta significativo. Risulta invece significativo sul lato sinistro, e gli autori lo leggono soprattutto come una protezione dal calo legato all'età più che come una vera crescita.

Firth J. et al. · Effect of aerobic exercise on hippocampal volume in humans: a systematic review and meta-analysis · NeuroImage 166:230-238, 2018 · PubMed

E la memoria, l'attenzione, la prontezza? Qui le due revisioni più citate non dicono la stessa cosa, e conviene sapere perché.

Due revisioni · Due risposte

Il solo aerobico non basta, l'allenamento sì, un poco

Una revisione Cochrane del 2015 sugli studi in persone sopra i 55 anni senza problemi di memoria non ha trovato prove che il solo esercizio aerobico, anche quando migliora il fiato, porti benefici alle capacità mentali.

Una meta-analisi del 2018 su 36 studi in persone sopra i 50 anni, che includeva anche pesi, programmi misti e tai chi, ha trovato un effetto piccolo ma significativo sulle capacità mentali, con sedute di 45-60 minuti a intensità almeno moderata, sia in chi aveva già qualche difficoltà sia in chi non ne aveva.

Young J., Angevaren M., Rusted J., Tabet N. · Cochrane Database Syst Rev, CD005381, 2015 · PubMed · Northey J.M. et al. · Exercise interventions for cognitive function in adults older than 50 · Br J Sports Med 52(3):154-160, 2018 · BJSM

La differenza tra le due non è una contraddizione. Quando si guarda solo il fiato, il segnale sulla mente è debole. Quando si allarga lo sguardo a forme diverse di allenamento, a patto che abbiano una dose vera, il segnale compare, piccolo ma costante.

E i pesi? Lo studio che non parlava di camminare

Se hai più di 45 anni e la camminata a passo sostenuto non è il tuo terreno, la domanda è legittima: il carico conta anche quando non è aerobico?

Studio randomizzato · 100 persone · 6 mesi

La forza ha migliorato la mente, non l'ippocampo

Cento persone tra i 55 e gli 87 anni, con un lieve decadimento della memoria, divise in quattro gruppi: allenamento con i pesi progressivo, allenamento della mente al computer, entrambi o nessuno dei due. Due sedute a settimana per sei mesi. Solo i pesi hanno migliorato le capacità mentali nel loro insieme, insieme a un aumento di volume in un'altra zona del cervello. L'ippocampo, invece, non è cambiato né di volume né di forma.

Il limite: persone con difficoltà già presenti, un carico pesante su macchine da laboratorio, una sola durata.

Suo C. et al. · Therapeutically relevant structural and functional mechanisms triggered by physical and cognitive exercise · Mol Psychiatry 21(11):1633-1642, 2016 · doi:10.1038/mp.2016.19 · PubMed

Due studi, due strade, due zone del cervello. È un'altra prova che il cervello risponde al movimento, e che non esiste un unico esercizio magico.

Esercizio fisico e memoria: cosa è dimostrato e cosa no

Messi in fila, i fatti dicono questo. È dimostrato che il cervello adulto, anche dopo i 60 anni, cambia in risposta al movimento, in volume e in funzione. È dimostrato, con un effetto piccolo, che un allenamento regolare e abbastanza intenso aiuta le capacità mentali sopra i 50 anni, e che la dose conta.

Non è dimostrato che muoversi prevenga l'Alzheimer o la demenza: nessuno degli studi che hai letto lo ha misurato. Non è dimostrato che un metodo faccia crescere l'ippocampo più di un altro, né che quel 2% sia fatto di neuroni nuovi, perché la risonanza misura un volume e non conta le cellule. Studi che abbiano misurato l'ippocampo dopo un percorso sul Reformer, a oggi, non ne conosco. E non è dimostrato nemmeno che una seduta "rigeneri il cervello", come capita di leggere. Della coordinazione tra le due mani parlo in Riesci a soffiarti il naso con l'altra mano?, dell'umore in Pilates e salute mentale, con onestà: sono altre domande, con altre risposte.

"Il cervello risponde a quello che fai con il corpo. Anche a settant'anni."

— Dott. Mirko Boaretto
Prima di andare avanti

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Perché la dose conta più del gesto

Per questo non ti prometto una memoria migliore. Ti dico una cosa più piccola e più solida.

Guarda di nuovo i due gruppi di Erickson. Si muovevano tutti e due, con regolarità, per un anno intero, e il secondo faceva esercizi che sulla carta sembrano ragionevoli. Cambiava quanto il corpo veniva chiamato a lavorare: chi camminava a passo sostenuto alzava il battito e il respiro, chi si allungava no. Gli studi che reggono l'evidenza hanno in comune proprio questo, una dose fatta di intensità almeno moderata, sedute regolari e mesi di continuità. Muoversi "un po'" è meglio di niente, ma il cervello sembra rispondere a uno stimolo che gli chiede davvero qualcosa.

Il problema, dopo i 45 anni, è che intensità vera e corpo che si fida spesso non vanno d'accordo. La schiena protesta, il ginocchio avverte, e la paura di farsi male tiene la dose bassa. È qui che serve un sistema, non un esercizio.

Esercizio fisico e cervello: cinque lavori sullo stesso obiettivo

Se bastasse un gesto, basterebbe un esercizio. Ma per dare al cervello una dose che conta servono un carico che cresce, un corpo che si muove ampio, un controllo fine, un orario giusto e un recupero che lascia lavorare la notte. Il Sistema Personalis esiste per questo: cinque pilastri, ognuno su un pezzo dello stesso obiettivo.

I. Macchine Pilates: un'intensità vera, senza caricare la schiena

Sul Reformer il carico non è un peso da sollevare con la schiena: sono molle che si aggiungono una alla volta, con il corpo appoggiato e il movimento guidato dal carrello. Così anche a 60 o 70 anni si può lavorare a un'intensità che fa salire il respiro e chiede forza vera, quella che lo studio sui pesi e la meta-analisi indicano come la dose che conta, e la si fa crescere seduta dopo seduta, misurandola. Struttura e forza senza caricare la schiena, carico controllato, progressione misurabile. Reformer, Cadillac, Chair e Barrel servono a questo. Detto con onestà: non è la camminata dello studio e non la sostituisce, e due incontri a settimana non sono il protocollo di un laboratorio. Camminare resta utile, e ne parlo in Cammini e resti uguale.

II. Nutrimento miofasciale: un corpo che si muove ampio

Ogni muscolo è avvolto da una specie di calza sottile, la fascia, che lo collega ai vicini come una rete e contiene molte terminazioni nervose, i sensori che informano il cervello su dove si trova il corpo. Quando la rete si irrigidisce ti muovi a metà, sempre negli stessi pochi gesti, e il cervello riceve informazioni più povere. Il secondo pilastro libera le tensioni profonde perché il movimento torni ampio e vario: la fascia che non senti è quella che blocca il movimento. È un ragionamento, non un effetto misurato sulla memoria. Il legame tra tessuti e nervi è il tema di Fascia, nervi e rigidità over 45.

III. Stimolazione neurale: chiedere al cervello attenzione

Un gesto nuovo, lento e preciso, su una base instabile, costringe il cervello a fare quello che nella routine di tutti i giorni non fa più: prestare attenzione, correggere, decidere in fretta. Il terzo pilastro riattiva i muscoli piccoli e profondi che tengono ferme le vertebre mentre quelli grandi muovono, e lavora su equilibrio, sguardo e senso della posizione del corpo (quella che i libri chiamano propriocezione). Il corpo forte parte dal controllo, non dalla massa. Questi esercizi nascono dalla pratica e sono ipotesi di lavoro, non effetti dimostrati sulla memoria, ed è per questo che il loro effetto su equilibrio e tempi di reazione lo misuriamo con YOMIDO invece di darlo per scontato. Di cosa è dimostrato e cosa no parlo in Reformer e sistema neurofasciale.

IV. Cronobiologia: la dose all'ora giusta

Dentro di te ci sono migliaia di orologi biologici, la scoperta che nel 2017 è valsa il Premio Nobel per la medicina. Il quarto pilastro ne tiene conto: allenarti nel momento biologicamente corretto vuol dire dare la dose quando il corpo la riceve meglio, e senza rubare la notte con uno sforzo intenso a ridosso del sonno. Anche per questo in studio si comincia alle 7 e dopo le 19 non si lavora. Ne trovi le radici antiche in L'orologio del Daoyin.

V. Recupero attivo e rigenerazione: la notte che mette in ordine

Il sonno è il momento in cui il cervello mette in ordine quello che ha vissuto durante il giorno, e un allenamento che lo disturba toglie da una parte quello che dà dall'altra. Il quinto pilastro protegge gli altri quattro: mobilità mirata a fine seduta, una routine scritta per i giorni senza allenamento, dove trova posto anche la camminata, e il monitoraggio di sonno e affaticamento, che decide il carico della sessione successiva. Se hai dormito male, quella volta non si spinge: si consolida. Del sonno parlo in Dormire non è fermarsi, del recupero in Il quinto pilastro.

Cinque lavori con un solo obiettivo: dare al tuo corpo, e quindi al tuo cervello, una dose vera e continua, senza che la paura di farti male la tenga bassa. Il Reformer è la porta che riconosci, il Sistema Personalis è ciò che trovi dentro. Resta una domanda: come sai se qualcosa sta cambiando?

Come si misura quello che il cervello fa fare al corpo

Lo dico chiaro: YOMIDO, il sensore di movimento di grado clinico che usiamo in studio, non misura la memoria, e nessuno dovrebbe dirti il contrario. Misura quello che il cervello fa fare al corpo: i tempi di reazione, cioè quanto in fretta rispondi a uno stimolo, l'equilibrio, la differenza tra il lato destro e il sinistro, spesso la firma di un compenso, i gradi di caviglia, apertura dell'anca e spalla e la rotazione del tronco. Il primo rilievo, il T0, fotografa da dove parti; i controlli successivi, T+6 e T+12, dicono cosa è cambiato e cosa no. Il protocollo è in Come misuriamo ciò che conta.

Ecco tre persone che hanno fatto il percorso R6S, misurate prima e dopo le 6 sessioni. Non sono casi sul cervello e non li racconto come tali. Dicono una cosa che vale anche qui: un corpo risponde a uno stimolo dato con regolarità, e la risposta si può contare.

72° → 180°
Riccardo Soldà, manager · flessione della colonna; estensione da assente a 88°
102° → 184°
Carlo Alberto Paris, fotografo · flessione della colonna; estensione da assente a 40°
146° → 170°
Claudio Martini, pensionato, 68 anni · flessione della colonna; estensione da assente a 30°

Claudio ha più o meno l'età media delle persone dello studio di Erickson, ed è il suo caso a dire di più: partiva già da un buon livello, a un'età in cui molti pensano che sia tardi, e il margine c'era. Il limite va detto con la stessa precisione dei numeri: sono tre casi, non uno studio, e chi partiva più indietro ha recuperato di più.

La frase che sento più spesso dopo le prime settimane è che non credevano di avere un corpo così reattivo, e la contentezza di ritrovarsi negli allungamenti. A ogni inizio e fine lezione ci sono piccoli test di consapevolezza e di allungamento, come il piegamento in avanti e lo squat, e il confronto tra l'inizio e la fine si vede.

Da dove si parte, a Monselice: tre passi, ognuno con un motivo

Se ti sei riconosciuto nel nome sulla punta della lingua, o nel dubbio di non dare al corpo abbastanza, il passo successivo non è iscriverti a qualcosa: è capire da dove parti. Ogni passo del percorso esiste per una ragione.

Il primo lo fai online: il quiz sui segnali del corpo ti aiuta a mettere in fila quello che il corpo ti sta già dicendo. Poi c'è una chiamata conoscitiva gratuita di 15 minuti al telefono, senza impegno: ascolto la tua storia e il tuo obiettivo, ti spiego come funziona il Sistema Personalis e capiamo insieme se ci sono i presupposti. È la strada che consiglio, perché in un quarto d'ora sappiamo entrambi se ha senso andare avanti.

Se ha senso, il secondo passo è la consulenza privata ed esclusiva sullo stile di vita, uno a uno, 50 €. Ha una parte teorica, con il questionario sullo stile di vita, dove emergono sonno, orari e quanto ti muovi davvero, e una parte pratica sul corpo, dove guardo come ti muovi; quando lo ritengo necessario, la prima misurazione con YOMIDO si fa già lì. Serve a decidere qualsiasi percorso sulla base di fatti, ed è coperta dalla garanzia soddisfatti o rimborsati: se non esci con qualcosa di nuovo sul tuo corpo, la consulenza ti viene rimborsata. Non serve prepararsi, bastano abiti comodi.

Durante la consulenza ti presento il terzo passo, l'R6S, Reformer 6 Sessioni, 150 €. Sono sei sessioni per imparare a usare il Reformer prima di entrare nel gruppo, perché molle e carrello vanno conosciuti prima di alzare il carico accanto ad altre persone, ed è il percorso in cui sono stati misurati i tre casi che hai letto. Solo dopo arriva la Mini Class: massimo 5 persone, 7 incontri al mese, con quota e date che conosci alla fine dell'R6S. Esiste per la continuità, perché tutti gli studi che hai letto parlano di mesi, non di settimane, e in cinque si può far crescere il carico seguiti da vicino. Con cinque posti, quando un gruppo è completo è completo.

Non c'è nessun conto alla rovescia. Torna alle sessanta persone che hanno passato l'anno ad allungarsi: anche la loro memoria è migliorata, eppure il loro ippocampo si è ridotto lo stesso. Il cervello risponde sempre. La domanda è a quale dose, e chi la misura.

Questo articolo ha finalità informativa e non sostituisce la valutazione del tuo medico. Se hai notato cambiamenti nella memoria, parlane con lui.

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Quello che hai letto qui vale per la maggior parte delle persone. Il tuo corpo, però, ha una storia solo tua. Raccontamela.

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MB
Dott. Mirko Boaretto
Chinesiologo · Fondatore Studio Reformer · Creatore del Sistema Personalis

27 anni di pratica clinica nel movimento, postura e riabilitazione miofasciale. Allievo del prof. Antonio Paoli (Università di Padova) e della lineage Joseph Pilates attraverso Anna Maria Cova. Senior Trainer certificato, specializzato in dinamiche fasciali e neurali. Ha trasformato oltre 320 vite con il Sistema Personalis — il metodo che misura quello che conta.